"Niente è più patetico di una persona priva di senso di autocritica che si crede PERFETTA solo perchè fa l'un per cento di quello che bisogna fare per essere...appena accettabili." (Gianni Leone)

SUPPER-YS

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lunedì 20 settembre 2010

1975: FUGA dal PROGRESSIVE

Il rock progressivo (o progressive, prog) fu un genere musicale dalla vita breve ma intensa e rivoluzionaria. Si sviluppò e si
esaurì nell’arco temporale di appena
cinque-sei anni. Ciononostante lasciò un segno ben netto e indelebile nella storia della musica. Si può certamente datarne la nascita intorno al 1970, anche se i germi di questo genere sono riscontrabili in alcune produzioni discografiche inglesi fin dalla seconda metà degli Anni ’60: basti pensare ai Procol Harum, ai Nice, persino -secondo alcuni- ai Beatles in certe atmosfere di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Ebbe anche un sottogenere denominato “symphonic rock”, in quanto molto ispirato alla musica classica ma prediligendo l’utilizzo di strumenti moderni come il moog, il mellotron, l’organo Hammond distorto. A mio avviso, però, il rock sinfonico spesso era un elemento della miscela di ingredienti che costituivano l’ossatura e l’identità stessa del progressive. I giornalisti italiani -chissà mai perché-coniarono per questo genere musicale la definizione “pop italiano”, totalmente inappropriata e fuorviante. Stranezze tutte italiche… Erano gli anni in cui gruppi come Yes, Genesis, Emerson Lake and Palmer, King Crimson, Jethro Tull, solo per citarne alcuni, davano davvero il meglio di sé. Io li vidi quasi tutti dal vivo nel periodo del loro massimo splendore nei pochi spazi allora disponibili, come il Teatro Brancaccio o il Palasport di Roma, nonostante la proverbiale acustica pessima di quel luogo, ma non c’era altra scelta. Ogni nuovo album che producevano era assolutamente coinvolgente, appassionante, emozionante, rivoluzionario, una vera miniera di virtuosismi tecnici e di invenzioni sonore da cui attingere, a cui ispirarsi. Ma non c’erano solo i “grandi” gruppi, i più noti, i più celebrati. Conservo ancora un disco in vinile, dai solchi ormai consunti per l’uso, che all’epoca acquistai  in un primo momento solo per l’inquietante copertina (non a caso realizzata dalla Hipgnosis…) raffigurante degli pterodattili volanti fra grattacieli ultramoderni e che, dopo averlo ascoltato, mi entusiasmò in modo folgorante: l’album dei Quatermass –l’unico che realizzarono, datato 1970- di certo uno dei migliori dischi di prog di quel periodo, forse addirittura di tutti i tempi. Poi, quasi senza che me ne rendessi conto razionalmente, già prima del 1975 cominciai ad allontanarmi dal prog. Sempre più spesso, infatti, perfino i nuovi lavori di gruppi un tempo gloriosi mi apparivano –ed effettivamente lo erano- pesanti, pretenziosi ogni oltre limite di sopportazione, ripetitivi, seriosi e, soprattutto, dalle sonorità terribilmente datate, finché lasciai il progressive definitivamente alle mie spalle. Poi in Italia accadde un fenomeno sconcertante: i ragazzi cominciarono a pretendere di non voler più pagare per assistere ai concerti. Ci furono grandi contestazioni. Una per tutte: il concerto di Lou Reed al Palasport di Roma il 15 febbraio del 1975. Poco dopo l’inizio dell’esibizione, la polizia irruppe all’interno e cominciò a lanciare fumogeni e gas lacrimogeni indiscriminatamente. Io ero fra i paganti naturalmente, ciononostante fui trascinato dalla calca umana impazzita verso l’esterno e mi ritrovai nel bel mezzo di una vera e propria guerriglia urbana violentissima. Fine del concerto. La conseguenza? Da quel momento tutti gli artisti stranieri diedero precise disposizioni ai loro promoters affinché evitassero in modo categorico di fissare date in Italia durante i loro tour. Fine anche della musica. Si sciolsero un’infinità di gruppi. Nessuno osò più nemmeno pronunciare la parola “rock”. Cominciò un periodo triste e buio. Partii per Londra e New York. Era, appunto, il 1975. Negli anni immediatamente successivi ci tornai ancora. Mi trovai nel bel mezzo della nascita di due generi musicali che al momento sottovalutai, la disco music e il punk, anzi, nel caso della disco music, addirittura disprezzai, salvo poi rivalutarla per certi versi. Passavo con estrema disinvoltura da serate al Sombrero’s in Kensington High Street -gloriosa Gay Disco dove potevi incontrare Brian Ferry o David Bowie- ai concerti punk nei posti più improbabili. Per esempio, a quello di un gruppo che stava nascendo proprio in quel periodo: i Sex Pistols. Questo aneddoto va raccontato. A Londra abitavo in una traversa di King’s Road, al 34 Meek Street off Lots Road, proprio a due passi dalla boutique SEX di Vivienne Westwood e Malcom McLaren situata, appunto, al 430 King's Road. Un pomeriggio umido e freddo passai, come facevo spesso, in negozio. Era il 14 novembre del 1976. Nonostante fosse domenica, era aperto. In un angolo vidi Johnny Rotten buttato su un mucchio di cuscini, solo e taciturno. Un juke-box d’annata urlava a volume altissimo brani di rock ‘n’ roll  Anni ’50. Attorno a noi, stand carichi di abiti fetish in latex e pelle nera borchiata. La direttrice, l’ineffabile Jordan, mi rivelò che quella sera i Sex Pistols si sarebbero esibiti in un posto non meglio identificato in Leicester Square a Soho, ma erano stati avvertiti a voce solo i fans più intimi. Ci andai anch’io. Quello fu il mio primo concerto punk. Fu un’esperienza molto eccitante. Sebbene quel tipo di musica non richiedesse un talento artistico particolare o doti tecniche (anzi!), l’energia rabbiosa che sprigionava era irresistibile. C’era tutta le scena punk londinese. Successe qualunque cosa: risse, sputi, vomito, ma soprattutto riuscii a sopravvivere agli ininterrotti lanci di bottiglie che mi sibilavano ai lati della testa durante tutto il concerto, lanciate dal fondo della sala verso il palco. Anche a New York passavo indifferentemente da serate allo Studio 54, dove potevo ballare tutta la notte sui ritmi della più scintillante disco music del momento -quella che ti dava energie positive, che ti faceva sentire irresistibilmente desiderabile agli occhi di chi sarebbe stata la tua preda di turno per quella notte (in tempi pre-AIDS la regola era il sesso occasionale e spensierato)- ai concerti di gruppi punk e new wave al CBGB, leggendario e oggi purtroppo non più esistente locale al numero 315 della malfamata Bowery oppure al Max's Kansas City al 216 Park Avenue South, anch'esso poi chiuso nel 1981. Mi trovai proprio al CBGB una delle sere in cui Brian Eno stava selezionando e registrando le bands che poi sarebbero apparse nell’album-manifesto No New York, pubblicato nel 1978: Contortions, Mars, D.N.A., Lydia Lunch and Teenage Jesus & the Jerks, esponenti della nascente no wave. Sere prima avevo assistito all’esibizione dei Dead Boys, il cui climax fu quando il cantante Stiv Bators tentò d’impiccarsi col filo del microfono a fine concerto (Bators è poi morto per un incidente nel 1990). Ricordo che una notte il chitarrista Neon Leon, Syl Sylvain delle New York Dolls ed io stavamo parlottando proprio davanti al CBGB durante l'intervallo fra un set e l'altro quando da un'auto che passava di corsa dei teppisti ci lanciarono una bomba che, dopo essere fortunatamente rimbalzata sul ciglio del marciapiede, esplose sotto un'auto parcheggiata lasciandoci illesi. Nessuno di noi si scompose più di tanto. "Just assholes...", commentò Leon. E riprendemmo a parlare. In quegli anni ero anche un instancabile frequentatore di discoteche, in qualsiasi parte del mondo mi trovassi. Intendiamoci, la disco music che a me piaceva era quella suonata da artisti come gli O’Jays, gli Chic, i Blue Notes, Barry White, A Taste of Honey,  Sylvester, Diana Ross, Sister Sledge (non a caso per un periodo prodotte proprio da Nile Rodgers e Bernard Edwards degli Chic e successivamente da Narada Michael Walden), alcune produzioni di Giorgio Moroder, non certo quella fatta da NON-musicisti o da semplici dj incapaci di programmare bene perfino la drum machine o quella delle canzonette leggerine e commerciali più note, beninteso!...Poi nell’autunno del 1979 mi trasferii per un periodo di quasi un anno e mezzo a Los Angeles, frequentando anche lì gli ambienti artistici più disparati. Uno dei miei più cari amici, anzi, certamente il mio più caro amico -per il quale scrissi anche alcune canzoni (apparse poi nel film di René Daalder ”Population:One”)- era Tomata du Plenty degli Screamers, il gruppo più cult della scena new wave californiana. Tomata ed io spesso amavamo frequentare i posti più antitetici fra loro: dai piano-bar per vecchi signori alle balere latino americane con spettacolo di drag queens, dagli scalcinati mercatini dell’usato ai lussuosi negozi di Beverly Hills, dalle discoteche gay più patinate ai localacci sadomaso più malfamati. E poi parties e ancora parties… Una sera andammo al concerto dei Manhattan Transfer al Figaro Café di Pasadena. Poi Tim Hauser, Tomata ed io passammo qualche ora assieme a casa mia parlando di musica. Un’altra sera andammo in un localino a vedere le simpaticissime Go-Go’s, che solo un anno più tardi sarebbero letteralmente esplose raggiungendo il primo posto nelle classifiche americane con l’album “Beauty and the Beat”. Un’altra sera ancora andammo ad assistere ad uno degli spettacoli truculenti della performance artist Johanna Went, la quale –fra l’altro, molto altro- amava lanciare sul pubblico interiora sanguinolente di animali e gatti morti raccolti per strada e tenuti nel congelatore di casa, oppure tirava lunghi nastri colorati fuori dalle narici di teste mozzate di maiale fresche di macello, il tutto fra urla e lamenti strazianti al microfono o al megafono. Volli conoscere Johanna, per cui la invitammo alla grande festa per il mio compleanno che avrei dato a casa pochi giorni dopo, il 15 settembre. Io abitavo al Trianon, al 1759 North Serrano Avenue all’angolo con Hollywood Boulevard, appartamento 402, già dimora delle stelle del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks. Per raccontare cosa poi successe al mio mio party - conclusosi con l'arrivo della polizia e di un'ambulanza in piena notte - ci vorrebbe un capitolo a parte, per cui desisto e vado oltre. Che persona straordinaria era Tomata! Dotato di un senso dell’umorismo e di un talento artistico davvero rari, anzi unici. Io lo vedevo un po’ come una specie di ibrido fra Iggy Pop e Topo Gigio e lui si divertiva molto quando glielo dicevo. Purtroppo Tomata è morto il 21 agosto del 2000. Con l’arrivo degli Anni ’80 la disco music evolse in “dance music” e successivamente in “house music” con tutte le infinite varianti. L’uso massivo della drum machine e del synth bass cambiò radicalmente il modo di concepire la ritmica, che divenne più incisiva, essenziale, efficace. Naturalmente, per fare le cose come si deve, questi nuovi strumenti andavano programmati e suonati da un signor musicista e non da un cretinetto qualsiasi. I batteristi, prima di tutti, dovettero prendere atto di questa nuova realtà e furono costretti a rivedere alcuni aspetti della tecnica batteristica e del loro stile musicale. Una curiosità: inconsapevolmente fui proprio io ad anticipare l’uso del synth, nella fattispecie il minimoog, per suonare la linea di basso: lo feci nel brano Terzo incontro ed epilogo nell’album Ys del ’72. Scoprii e apprezzai gruppi come la SOS Band... Talvolta anche artisti molto lontani da questo genere si cimentavano con successo in produzioni perfette per le discoteche: basti pensare agli Earth Wind & Fire, ai Kraftwerk e perfino a Herbie Hancock con Rock it, il cui video, fra l’altro, lo considero uno dei più inquietanti dell’intera storia degli audiovisivi. In tutto questo, chi pensava più al prog? Per me ormai era un genere morto e sepolto con tutte le sue ridondanze, le sue anacronistiche ampollosità. A pensarci bene, il momento in cui cominciai ad allontanarmi da questo genere musicale fu quando, nel settembre del 1973, lasciai definitivamente il casale di Rimini dove avevo vissuto gli anni più folli e sconvolgenti con il Balletto di Bronzo per trasferirmi a Roma e cominciare la carriera solistica. Meno di un paio di anni più tardi, l’avevo ormai lasciato alle mie spalle senza rimpianti. Fu solo verso la metà degli Anni ’90 che ricominciai a considerarlo. Riascoltai alcuni dischi dell’epoca, compreso Ys naturalmente, e realizzai che in fondo quel genere musicale poteva ancora emozionarmi, e molto;  ma andavano riviste, rivoluzionate e corrette alcune… “cosucce”, prime fra tutte la concezione ritmica e l’eliminazione di tutti gli inutili barocchismi. Non si poteva più suonare come nel 1973: la tecnica, la tecnologia erano cambiate. E ci eravamo evoluti anche noi musicisti, fortunatamente (anche se, a dire il vero, non proprio...tutti). Il rischio era di ritrovarsi a fare la caricatura di se stessi, apparire come dei patetici “sopravvissuti”. Un po’ triste, no? Mi resi conto che fosse necessario, anzi doveroso mantenere la purezza dell’ispirazione iniziale, ma reinterpretarla in relazione al presente, facendo attenzione al tempo stesso a  non tradire il passato o travisarne l’identità. Non a caso, proprio quando verso la metà degli Anni ’70 il progressive cominciò ad accartocciarsi su se stesso raggiungendo livelli di pretenziosità e seriosità insopportabili, come reazione la musica virò verso generi tecnicamente elementari (il punk, fatto di quattro accordi) e ritmicamente quadrati e ballabili (la disco music, con la “famosa” cassa in 4, all’inizio da me alquanto detestata a dire il vero). Signori, nulla di nuovo dopotutto: è l’eterna legge dei corsi e ricorsi storici, costantemente in antitesi fra loro. Mi colpì molto positivamente l’apprendere che il progressive, in special modo proprio quello ITALIANO, era ed è tuttora molto ben considerato nel mondo intero. E’ un genere a sé, con una sua precisa fisionomia. Chi l’avrebbe mai immaginato che noi, ragazzini italiani tagliati fuori da tutto, in quei primi Anni ’70, fra una “Canzonissima” e un “Festival di Sanremo” che ci massacravano impietosamente, saremmo stati capaci di elaborare un genere musicale riconoscibile e con una sua identità, in grado di competere con fenomeni artistici e culturali a livello intrnazionale.
                                          Gianni Leone, settembre 2009