"Niente è più patetico di una persona priva di senso di autocritica che si crede PERFETTA solo perchè fa l'un per cento di quello che bisogna fare per essere...appena accettabili." (Gianni Leone)

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domenica 3 ottobre 2010

GIANNI LEONE... "PROG-LIFE"

Non è così semplice parlare degli anni Settanta…Non so spiegarmi perché in quegli anni ci fosse in Italia tutto quel fermento. Forse perché per noi musicisti “nuovi” era una sorta di sfida andare contro la nostra pur gloriosa tradizione melodica italiana -che sentivamo come un pesante fardello- e perciò tentammo di rompere gli schemi prestabiliti e cambiare le regole del gioco. Con gli altri gruppi c’incontravamo in occasione dei tanti festival e ci confrontavamo in un clima di sana rivalità. Talvolta noi musicisti ci ritrovavamo per caso in qualche locale, per esempio il Piper club di Roma o l’Altro mondo di Rimini, e spesso nascevano delle jam sessions indiavolate che vedevano sullo stesso palco membri di diversi gruppi (un’altra curiosità: in Italia, in quegli anni, il Prog era chiamato –chissà perché- “Pop italiano”). Ci fu un periodo “d’oro” a cavallo tra il ’72 e il ’73 in cui suonavamo anche tre volte a settimana. Ricordo che una volta in Veneto suonammo, tra il sabato e la domenica, in quattro città diverse, due pomeriggi e due sere. Il nostro concerto era per il pubblico un’esperienza piuttosto shocking. Fin dal 1971, quindi da autentici pionieri delle mode che sarebbero arrivate negli anni successivi, ci presentavamo sul palco (ma eravamo così ogni giorno della nostra vita, anche a casa) vestiti in modo molto eccentrico ed oltraggioso (almeno così appariva agli occhi degli “ALTRI”, per noi era normalissimo), come nessun altro gruppo osava fare. Io in particolare: coi miei lunghissimi capelli tinti di biondo, le mie calzamaglie, le pellicce di leopardo, il trucco, i collari e gli stivaloni sado-maso col tacco altissimo, le provocazioni…La musica, poi, mancava di qualsiasi “appiglio” che potesse renderla più comprensibile: non era per niente orecchiabile, e noi facevamo in modo che dal vivo apparisse ancor più ostica, ancor più aggressiva…In fondo era il nostro modo di combattere: lo facevamo attraverso uno stile, una musica diversa da quella a cui praticamente tutti erano abituati…Magari un tentativo di “cambiare il sistema” proprio a cominciare dalla musica, di cui facevamo letteralmente “saltare” le regole, i suoni. Poteva essere un tentativo di evadere da un’atmosfera di perbenismo che avvolgeva l’Italia di allora: magari solo di facciata e, quindi, ancora più ipocrita. Come tanti, anch’io ho pensato di “cambiare il mondo” attraverso una serie di provocazioni; quando poi ti piove addosso musica come quella di Hendrix, Zappa e altri che le regole le stavano davvero cambiando, allora è una conferma che la musica è il tuo “canale di ribellione” privilegiato, con tutto quello che “girava” intorno. Il discorso valeva anche per chi veniva a sentirci: ricordo che a volte suonavamo di fronte a un pubblico di ragazzi immersi in un’unica, densa nube di fumo di hashish (e non solo), che ascoltavano la nostra musica come fossero in trance…Non erano ancora gli anni delle contestazioni, della “musica gratis per tutti”, degli scontri con la Polizia…Nella storia del Balletto di Bronzo, gruppo napoletano (solo il bassista Manzari era romano), Roma ha sempre avuto un ruolo importante, se non addirittura fondamentale. Potrei raccontare decine e decine di aneddoti incredibili, di retroscena mai rivelati prima, di fatti ed eventi “storici”. La prima formazione del Balletto realizzò l’album “Sirio 2222” proprio alla RCA, tanto per cominciare. Io per un breve periodo mi unii al gruppo come tastierista -pardon- organista (come si diceva allora) e cantante e facemmo una serie di concerti in tutta Italia suonando i brani del loro primo album. Quanti incontri tra i corridoi, alla mensa e al mitico (sì, mi si conceda di usare questo odioso e logoro aggettivo) bar della RCA!… Lucio Dalla, grande ammiratore del Balletto… E che dire di un Renato Zero che, dopo aver visto il nostro chitarrista Lino Ajello girare con una gallina al guinzaglio, spudoratamente cominciò a farlo anche lui…Ma vorrei raccontare qualcosa della “mia” formazione, quella dell’album “YS”. Mi vengono in mente tantissimi episodi, concerti fatti in locali che non esistono più (il VUN-VUN all’EUR, il TOTEM…), “Controcanzonissima ‘72” al PIPER, con tutti i gruppi del Prog (allora “Pop”) italiano… Voglio però rievocare le 4 serate del “Secondo festival delle avanguardie e nuove tendenze” che si svolse allo Stadio dei Marmi al Foro Italico i giorni 1, 2, 3, e 4 giugno del ’72. C’eravamo davvero tutti, proprio tutti i gruppi più significativi del progressive italiano. Noi del Balletto ci sentivamo particolarmente eccitati: “YS” era stato appena pubblicato e aveva avuto ottime recensioni. C’era anche la RAI che riprendeva, una sera sì e una no. Il Balletto capitò in una serata “no”, ma noi non battemmo ciglio poiché, da autentici “freaks”, non ci fregava assolutamente nulla di apparire nella disprezzata e odiata Televisione di Stato. Dietro le quinte c’era un fermento indescrivibile…Ancora oggi conservo amicizie nate in quei giorni: Gianfranca Montedoro, Umberto Santucci e le coriste Cinzia e Paola dei Living Music, spesso presenti persino ai recenti concerti del Balletto a Roma; i componenti del Banco, coi quali ancora ci s’incontra in tante occasioni (abbiamo anche fatto un concerto memorabile a Rio de Janeiro alcuni anni fa); Stefano Urso, bassista del Rovescio della Medaglia, che continuai a frequentare per alcuni anni… Ricordo un Alan Sorrenti piangente dopo la sua prima esibizione in pubblico, sommerso dagli ululati e dai fischi (eh sì, non aveva azzeccato nemmeno una nota, poverino: tutte calanti o crescenti, se non addirittura clamorosamente stonate. Note intonate: RARISSIME, e così avrebbe continuato a cantare per tutti gli anni successivi), confortato con la manina sulla spalla dal suo produttore Corrado Bacchelli, che era produttore anche del Balletto e, ahimè, continuò ad esserlo anche durante il mio periodo da solista, quando adottai lo pseudonimo LeoNero. Tutti ammirarono la mia “mise”: stivali al ginocchio sado-maso di cuoio dorato, calzamaglia nera, bolerino di paillettes color turchese, tutto realizzato su misura espressamente per me (allora la Moda non era ancora diventata… di moda: le cose bisognava inventarsele o realizzarsele da soli) e, naturalmente, chili di bigiotteria. Uno dei presentatori era un certo “Teo Teopoli”, leggo su una vecchia recensione recuperata dal mio archivio… Che fosse Teocoli? Mah!… Tra il pubblico si videro anche personaggi noti e importanti. La sera che suonammo noi, per esempio, notai tra gli altri Shel Shapiro dei Rokes. Che buffo: solo pochissimi anni prima io ero un bimbetto che andava ai concerti dei Rokes e gridava: “Shel!! Sheeeel!!”, ma quella sera invece ero io ad esibirmi su quell’immenso palco di fronte a lui. La cosa che mi meravigliò molto fu che in fondo non rimasi turbato più di tanto dalla sua presenza: ormai cominciavo a sentirmi un po’ “star” anch’io..!Come andò a finire col Balletto di Bronzo…Diciamo che… ci “suicidammo”. Il nostro stile di vita, improntato sulla più totale mancanza di disciplina e autocontrollo, ci portò alla rovina. Scegliemmo di vivere tutti assieme in un casale in campagna appena fuori Rimini. All’inizio le cose andavano abbastanza bene. Poi arrivarono gli amici, poi gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici, finché si arrivò al caos e all’anarchia totali! Inoltre in quel periodo cominciammo a sperimentare droghe di tutti i tipi, ma allora dietro a certe esperienze –pur criticabili- c’erano significati e valenze, c’era un retroterra culturale. Oggi invece la droga è un dramma sociale e basta. Avemmo degli incidenti, subimmo dei furti, passammo dei periodi di gravissime difficoltà di ogni tipo, ma nulla sembrava turbarci o fermarci. Verso la metà del ’73, però, il gruppo cominciò a sfaldarsi… Il chitarrista Ajello lasciò il Balletto e partì per Stoccolma, il bassista Manzari tornò a Roma… Io e il batterista Stinga, da soli, batteria e tastiere, facemmo come “Balletto di Bronzo” gli ultimi concerti, l’ultimo fu a Milano. Per obblighi contrattuali, dovevamo realizzare per la Polydor un 45 giri, così tornammo a Milano e, sempre da soli, registrammo il singolo “La tua casa comoda/Donna Vittoria”. In quell’occasione io, oltre alle tastiere, suonai anche le chitarre, il vibrafono e le parti di basso col Minimoog, oltre a cantare. Quell’esperienza mi fece capire che, se avessi voluto, avrei potuto realizzare un intero album da solo, visto che sapevo suonare anche la batteria. Addolorato e deluso per la fine del Balletto, il gruppo a cui avevo dato il massimo di me stesso e della mia creatività, decisi di diventare un artista solista nel senso più letterale del termine, al punto da pensare che non avrei mai più suonato o collaborato con altri musicisti. Cominciai a pensare a quello che poi sarebbe diventato il mio primo album da solista: “Vero”. MI trasferii a New York, che nel ’75 era il posto più eccitante dove andare, e lì registrai l’album, componendo e arrangiando tutti i brani d eseguendo da solo tutte le parti strumentali e vocali. Ero felice di fare musica da solo, in totale autonomia. In quel momento il Balletto rappresentava per me solo una parte del mio passato. Verso la metà degli Anni ‘80 andai a Stoccolma. Ritrovai gli ex componenti del mio gruppo, ma apparve subito chiaro che, anche se lo avessi voluto, non sarebbe stato possibile contare su di loro per riformare il Balletto. In quel periodo, francamente, ero troppo concentrato sul mio discorso solistico per pensare di rituffarmi in una situazione di gruppo, con tutte le difficoltà e i sacrifici che questo comporta… Inoltre nessuno di loro aveva più toccato uno strumento musicale: erano proprietari di uno studio di registrazione e si occupavano del “dietro le quinte” della musica.
Nel 1995 mi fu chiesto di partecipare come ospite nell’album di un gruppo romano emergente ma molto interessante: I Divae. Accettai, e feci un assolo di synth e una sequenza all’Hammond sul brano “Gargantua…” (e non su “Vento che va”, come erroneamente riportato sulle note di copertina della prima edizione del CD, quella con la copertina verde!…).Ci esibimmo più volte insieme dal vivo, ed io avevo un mio spazio solistico in cui eseguivo un “medley” dei brani storici di YS. Facemmo anche un paio di concerti con Gary Green, chitarrista dei Gentle Giant, basato proprio sui brani storici di questo gruppo inglese; suonavamo tutti assieme, divertendoci molto. Poi una sera ci ritrovammo sul palco per il bis, io, il batterista ed il bassista dei Divae. “Che facciamo?” gli chiesi. Loro risposero: “Il Castello”. “Ma come fate a conoscerlo? E’ un brano del mio album VERO…”. “ Lo abbiamo provato a tua insaputa e siamo pronti a suonarlo”. “Bene, andiamo!” ll brano lo suonammo davvero bene tanto che, alla fine, io gli dissi: “il Balletto di Bronzo voglio riformarlo con voi due!”. E così fu. Provammo a lungo e meticolosamente e, quando fummo pronti, cominciammo a suonare a Roma e nel resto d’Italia. Mi sorprese molto vedere persone di tutte le età, dai diciottenni ai cinquantenni, accorrere ai nostri concerti con le copie dei vecchi dischi in mano!…D’altronde io, prima di decidere di riformare il Balletto, ci avevo pensato molto bene… Non avrei MAI voluto che potesse neanche lontanamente apparire come una specie di “ritorno di Godzilla”!…Odio i revival nostalgici. Se il Balletto doveva tornare, doveva essere addirittura superiore a quello del passato e avere tutte le carte in regola, a cominciare da me stesso e dal mio ruolo! Sono troppo critico e soprattutto autocritico nel modo di affrontare ogni aspetto della mia vita per lasciarmi andare al pressappochismo o al semplice entusiasmo del momento.
Spesso mi chiedono perché le nuove versioni del Balletto di Bronzo non sono formate da quattro elementi, come il nucleo originale, ma da tre…La mia risposta è: ” Primo, perché in questo modo c’è una persona in meno con cui litigare…e poi perché il trio è certamente più essenziale, dinamico e soddisfa meglio il mio egocentrismo”.Oggi sono molto diverso da com’ero negli anni ’70. Innanzi tutto, non sono più interessato a droghe di alcun tipo, non ne ho bisogno, mi basta un bicchiere d’acqua per sentirmi capace di fare qualunque cosa. Poi da molti anni sono diventato un irriducibile salutista, sono assolutamente astemio, detesto e non ammetto il fumo. La mia passione sono le vitamine, gli integratori alimentari, il mangiar sano, sono vegetariano; e tutto questo fin dal lontano e non “sospetto” 1980. Ho un senso della disciplina molto forte. Altro che il “ragazzino irresponsabile” che ero! Prendo certamente le distanze dall’ “irresponsabile” ma non dal "ragazzino" -seppur ovviamente più saggio, esperto ed equilibrato- che mi sento ancora oggi. L'età è solo un numeraccio su un documento, non dobbiamo essere condizionati da UNA DATA, siamo degli esseri viventi in continua evoluzione, possibilmente verso il MIGLIORAMENTO, sotto ogni aspetto. Almeno, questa è la mia filosofia di vita. Altrimenti è un’esperienza che non m’interessa. E poi ognuno di noi, prima di trovare il suo equilibrio -che non è necessariamente un punto equidistante fra il TUTTO e il NIENTE- deve esplorare e sperimentare, anche gli eccessi. Oggi tutto è ridotto a una moda di massa: ciò che un tempo era o poteva essere considerato rivoluzionario o trasgressivo, ora è stupidamente innocuo. Paradossalmente, però, la nostra società è solo apparentemente più evoluta e “aperta” di prima, anzi: da anni assistiamo a un ripugnante rigurgito di moralismo bigotto e ipocrita che cerca di vanificare tutte le nostre battaglie degli Anni ’70. Inoltre siamo bombardati di divieti, censure, limitazione della libertà individuale in ogni ambito e in ogni circostanza. Forse ormai non ci facciamo neanche più tanto caso, ma purtroppo è proprio così.Oggi ho certamente molta più professionalità rispetto ad allora e questo mi è servito quando il Balletto, a partire dal 2000, è stato invitato ripetutamente a suonare all’estero: dal Giappone agli Stati Uniti, dal Cile al Brasile, dal Messico alla Francia, di fronte a un pubblico colto e consapevole di ogni età che cantava i brani di YS insieme a me, cosa mai accaduta nemmeno quando suonavamo in Italia nei tempi “gloriosi”! Il concetto di “evoluzione” lo estendo anche alla musica. In fondo, il rock progressivo dovrebbe essere proprio questo, una musica che si evolve, che si reinventa. E invece spesso capita di ascoltare cose di una pesantezza tale e così anacronistiche-sia da gruppi “storici” che da gruppi formati da ventenni- da farmelo detestare come genere musicale.Nel dicembre del 2002 e nel settembre del 2003 partecipai con piacere a due mostre/evento organizzate da Giovanni Cipriani a Villa Pamphili a Roma, luogo “storico” e molto significativo per il progressive italiano. Dopo tanti anni rincontrai compagni di avventura, componenti ancora rintracciabili di gruppi della prima metà degli Anni ’70 -la più gloriosa. Ci scambiammo mille aneddoti e alla fine improvvisammo pure una jam session, proprio come…”allora”! Io cantai e suonai sia da solo che insieme agli altri.Negli anni ho conservato e coltivato come un tesoro prezioso tutta la mia SANA follia. Io distinguo fra follia “artistica” e “patologica”. Ecco: la seconda la lascio volentieri ad…ALTRI (quanti ce ne sono!...) e mi tengo ben stretta la prima. Non ho niente da nascondere sotto il tappeto: quanti miei ex colleghi, oggi, sono distinti signori che evitano accuratamente il ricordo di certi slogan che anche loro gridavano, di esperienze che anche loro hanno fatto!...Non rimpiango né rifiuto il passato: è la mia vita. In evoluzione e PROGRESSIONE. Appunto.
Gianni Leone 2008

lunedì 21 giugno 2010

IERI e OGGI

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Scrivere o parlare degli anni '70 è sempre un'impresa impervia: si rischia di apparire dei nostalgici, se non addirittura dei reduci di un'epoca che non c'è più e che diventa ogni giorno che passa un po' più polverosa, un po' più velata di ragnatele. Ed io non amo sentirmi TROPPO legato al passato, impegnato come sono a vivere…il presente.In realtà, noi - che abbiamo vissuto pienamente e gloriosamente quegli anni - siamo piuttosto dei sopravvissuti. Sopravvissuti a quelli che non ci sono più, a quelli che ci sono ancora ma è come se non ci fossero  in quanto rifiutano il loro passato "scomodo" e lo rinnegano, oggi che magari sono dei distinti signori di mezza età con una “sana” reputazione da difendere e che perciò  preferiscono sottacere i loro trascorsi al grido di ”sesso-droga-e-rock’n’roll!”. Siamo sopravvissuti alle droghe, quando usarle significava ancora poter fare un'esperienza creativa, allegra e di espansione della propria mente, non certo come le usano oggi, ridotte come sono a una sciagurata moda-di-massa-quindi-Dramma-Sociale (infatti il discorso “droga” lo considero del tutto anacronistico e non più interessante); agli eccessi di ogni genere; a ogni sorta di "gioco pericoloso"; ma anche agli scontri violenti con una società ostile e intollerante che rifiutava in blocco ogni spirito eversivo, nell' arte come  nelle scelte di vita individuali. Purtroppo la situazione non è che sia cambiata  poi molto, almeno per certi aspetti; anzi, sembra proprio che si stia andando sempre più verso una società di divieti, limitazioni della libertà individuale, regole e regolucce - spesso odiose  e  irrazionali -   da non trasgredire,  pena    sanzioni   severissime. E il rivoltante ed allarmante rigurgito di neomoralismo ipocrita degli ultimi anni, poi, dove lo mettiamo? Era dura dover sempre combattere, anche semplicemente per rimanere se stessi, per potersi esprimere con un linguaggio diverso dalla norma, per tentare di cambiare l'ordine prestabilito... Noi musicisti, che a quell'epoca avevamo già deciso da quale parte stare, artisticamente e culturalmente, avanzavamo a testa bassa, seppure fra mille difficoltà,  verso il nostro obiettivo: rivoluzionare la musica, infrangere in mille pezzi quella prigione di  perbenismo bigotto e imbalsamato che  ci opprimeva. E noi musicisti italiani, in questo senso, eravamo più penalizzati di altri: tutto era un po’ più difficile, un po’  più distante, per noi.C’era una dimensione nuova da inventare, qualcosa che prima non esisteva. Alcuni di noi volevano addirittura cambiare IL MONDO! Sì, lo ammetto: per un periodo credetti anch'io di poterlo fare, poiché tutta quell'energia dirompente che sentivo dentro, mista al senso di immortalità proprio di qualunque adolescente, creava una miscela davvero esplosiva. Facemmo di tutto per farci notare, per non passare inosservati, per farci SENTIRE, VEDERE, ASCOLTARE: provocazioni di ogni tipo nell'abbigliamento e nello stile di vita, nelle espressioni artistiche sperimentali e dissacranti, nell’approccio disinibito e spensierato con LE sessualità (l’AIDS era ancora un incubo inimmaginabile)...  Niente poteva fermarci: eravamo stufi di dover sempre fare i conti con il nostro pesante fardello della tradizione melodica italiana (quando non addirittura di quella napoletana, come nel caso di noi Balletto di Bronzo) e con una scena musicale dominata da canzonette balneari. Ascoltavamo i primi dischi di artisti che la rivoluzione la stavano facendo davvero, come Jimi Hendrix, Frank Zappa. Poi arrivarono i King Crimson e tanti altri, e in questo modo trovavamo la forza per andare avanti, per non sentirci soli. Radio Luxembourg, la radio “pirata” per eccellenza, era per noi l’unica possibile fonte d’ascolto, l’unico aggancio con un mondo che allora potevamo solo immaginare. Tanti dischi, poi, non erano neanche pubblicati nel nostro Paese, per cui dovevo comprarli alla base NATO di Napoli, dove suonavo spesso.Rassegnamoci: il Rock non è nato in Italia. Però noi abbiamo certamente, egregiamente, contribuito alla sua evoluzione. In quegli anni si cominciarono ad organizzare raduni e festival "POP" a cui prendevano parte moltissimi gruppi, anche stranieri. Ci si incontrava regolarmente in queste occasioni per suonare, e noi tutti ci confrontavamo in un clima di sana rivalità. Come in occasione delle “leggendarie” jam sessions all’ Altro Mondo di Rimini, cui prendevano parte tutti i musicisti dei vari gruppi che si trovavano lì in quel momento, compreso chi scrive. Spesso capitava di incrociarci in qualche autogrill, magari di notte, mentre stanchi e assonnati (e non solo “assonnati”…) eravamo in viaggio per suonare chissà dove, e ci scambiavamo altre esperienze, altre idee. Quella musica "nuova" fu etichettata, chissà perché, "POP ITALIANO"; oggi la chiamano "PROGRESSIVE". Intanto intorno a noi continuavano ad impazzare le "Canzonissime" e i "Festivaldisanremo"… Poi qualcuno fiutò il business: sempre più ragazzi accorrevano a quei raduni, sempre più energie creative erano coinvolte e liberate... La stessa società non era più così ostile e diffidente verso quei ragazzi “strani” (d’altronde ogni singolo essere umano è, in un modo o nell’altro, un “diverso”, mettiamocelo bene in testa). Si cominciarono a vedere in giro signori con smanie di giovanilismo e finanche giornalisti del Telegiornale istituzionale sfoggiare basettoni, zazzere fluenti sui colletti delle camicie e pantaloni -seppur moderatamente-  a "zampa d'elefante" che ormai erano tranquillamente reperibili in qualunque boutique o grande magazzino (ma certamente io continuavo a farmeli fare dal sarto, con lamé e velluti da tappezzeria o addirittura utilizzando tende da salotto: a vita bassa, attillatissimi fino al ginocchio e scampanatissimi, anche oltre sessanta centimetri, in fondo).Le Major cominciarono a proporre contratti e ingaggi, finché si arrivò ad una situazione -assolutamente impensabile OGGI - in cui tutti i gruppi, persino quelli meno importanti e originali, potevamo ottenere contratti quinquennali con una Casa Discografica. Ecco allora il proliferare di dischi su dischi, album dalle copertine più bizzarre e fantasiose. Noi del Balletto, per esempio, pubblicammo YS per la leggendaria etichetta Polydor, per di più in una veste grafica davvero sontuosa! Tutti i dischi recensiti in questo libro, infatti, risalgono proprio a quel periodo felice e fertile. Forse non ce ne rendevamo conto, ma in quel momento stavamo  realmente cambiando qualcosa.
Tutto questo durò pochissimo: tre, quattro, forse cinque anni. Poi qualcosa s'incrinò, quell'equilibrio si ruppe. Ci furono gli anni della contestazione, per cui andare a un concerto significava ritrovarsi coinvolti in scontri con la Polizia, tra lacrimogeni e manganellate. Cosa si contestava? Il prezzo troppo alto dei biglietti (in realtà non lo era). Furono coniati gli slogan: "La musica è nostra e ce la prendiamo!”, “Musica libera! Musica gratis!”, “Duemila lire-duemila pernacchie!". Si toccò l'apice con il famigerato concerto di Lou Reed al Palasport di Roma il 15 febbraio 1975, in cui si videro scene di autentica, violentissima  guerriglia urbana sia all'interno che all'esterno dell'edificio. Quella sera c'ero anch'io, naturalmente tra il pubblico pagante. Da quel momento si piombò in un lungo periodo di oscurantismo musicale poiché nessuno volle più organizzare concerti in Italia, anche perché gli artisti stranieri cominciarono ad evitare accuratamente di includere il nostro Paese nei loro tour mondiali. Poi arrivò la Discomusic e tanti validi musicisti si ritrovarono di colpo tagliati fuori. Chi partì per mete improbabili, chi si perse in un modo o nell'altro, chi rinunciò del tutto alla musica, chi semplicemente... si "adeguò". Ma il sasso era stato lanciato, il seme piantato. Così, dopo trent'anni, rieccoci a parlare di quel periodo, di quella "rivoluzione", perché le vere rivoluzioni viaggiano all'infinito, superano i decenni, i secoli, cambiano l'abito ma non la sostanza, lasciano sempre una traccia del loro passaggio. Quei ragazzini che s’illudevano di cambiare il mondo, almeno qualcosa forse la cambiarono davvero… E quelle “ragnatele”, guardando bene, invece altro non sono che fili sottilissimi ma  tenaci che legano indissolubilmente il passato il presente e il futuro di ognuno di noi.                                                 Gianni Leone(2004)                                                                                                   

martedì 18 maggio 2010

IL BdB di GIANNI LEONE

Il percorso di un artista rivissuto in questa chiaccherata con Gianni.La crescita e la maturazione attraverso difficoltà e contraddizioni.Dalla nascita di "Città Frontale",allo scioglimento del"Balletto di Bronzo"per arrivare all'esperienza da solista:una lunga cavalcata che percorre le paure e le incertezze,che si snoda in un clima di "creatività e fermentazione musicale"attraverso il caos e la ricerca come unici strumenti di consapevolezza.
(2008 per la rivista Musikbox...)

1) Cominciamo la nostra chiaccherata approfondendo i trascorsi artistici che ti hanno visto impegnato nella prima formazione dei Città Frontale, un nucleo musicale che purtroppo non lasciò alcuna testimonianza discografica ma che si fece conoscere nell'area napoletana e non solo per l'attività dal vivo fino al prematuro scioglimento. Quali sono le motivazioni che non hanno permesso uno sbocco produttivo all'epoca? Lo stile del gruppo risultava differente rispetto alla rifondazione con Lino Vairetti ed Enzo Avitabile?

Gianni- La formazione di Città Frontale era la stessa degli Osanna, solo che in questi ultimi a me subentrò il sassofonista Elio D'Anna. Io lasciai il gruppo per unirmi al Balletto di Bronzo, che in quel momento era in crisi d'identità artistica e cercava nuova linfa; a mia volta avevo un'urgenza matta di fare "cose pazzesche", e quindi...Tornando a Città Frontale, il nostro repertorio era prevalentemente basato su "cover" di gruppi anglo-americani quali Doors,  Spencer Davis Group, Kinks, però suonavamo anche i primi brani composti da Lino Vairetti e Danilo Rustici, brani che ancora oggi gli Osanna eseguono dal vivo, talvolta con me in veste di ospite. L'ultima volta è stata proprio lo scorso aprile a Napoli, con David Jackson dei VDGG come altro ospite. Tra il pubblico c'erano anche Danilo e Lello Brandi, bassista sia di Città Frontale che degli Osanna. Un momento bello ed emozionante. Sempre con Città Frontale, io comiciai a cantare. C'era un punto del nostro concerto in cui Lino passava alla chitarra ed io lasciavo l'organo (il mio fantastico e introvabile Farfisa Fast 5) e passavo al microfono per cantare 2 o 3 brani dei Grand Funk Railroad, gruppo che in quel periodo mi piaceva, se non altro per la voce di Mark Farner. Prima di allora mi ero accontentato di fare sporadici coretti e basta.

2) Il successivo inserimento nel Balletto di Bronzo, di cui sei diventato il principale fulcro creativo con la stesura del magnifico Ys, avvenne storicamente nel 1971 grazie al tuo trasferimento nella capitale: puoi assemblare ricordi, esperienze e aneddoti di quel periodo?

Gianni-- Ho a disposizione un migliaio di pagine? Temo di no. Come potrei sintetizzare centinaia di episodi, aneddoti, follie di quegli anni... Non ci provo nemmeno. Si viveva con lo spirito dei pionieri, dei "conquistadores"(di nuove dimensioni artistiche), di autentici freaks oltre ogni limite. Si guidava senza patente (io ero troppo piccolo per quello, a dire il vero), strafatti, per giorni e notti intere, per andare a suonare da un capo all'altro d'Italia. Un entusiasmo incontenibile ci faceva superare le più terribili avversità: incidenti, guasti al motore, furti. Nulla poteva piegarci: vivevamo per la musica. E di musica, nella quale eravamo continuamente e totalmente immersi. Con gli altri gruppi di quel periodo ci s'incontrava in occasione dei Festival Pop (si chiamavano così) ed era un modo per confrontarci, conoscerci. Erano degli eventi davvero eccitanti e importanti. Qualcosa di nuovo stava nascendo e noi ne eravamo gli artefici, stava nascendo il Progressive italiano, che solo molti anni dopo sarà apprezzato in tutto il mondo, ma noi all'epoca non potevamo nemmeno immaginarlo.

3) Cosa ti spinse a livello sia musicale che concettuale a creare un'opera così complessa e stratificata, nonchè particolare, come Ys? Dietro la storia dell'isola scomparsa misteriosamente esiste una o più  metafore indicative di significati celati sotto un'altra veste?

Gianni- Volendo, si potrebbe volare di metafora in metafora fino ad arrivare a chissà che!... Che ognuno faccia come crede. Ognuno è libero si sognare,di immaginare, di vedere simboli e significati reconditi in ogni opera d'arte. Forse ci sono davvero, forse no. Forse sono stati messi lì intenzionalmente. O forse no. Non è fondamentale saperlo o verificarlo.Io non feci altro che tradurre in musica ciò che sentivo dentro in quel periodo, in cui ero realmento molto attratto dal mondo dell'occulto, della magia, del mistero. Volevo comunicare delle emozioni, le mie emozioni.

4) L'improvviso scioglimento del Balletto di Bronzo fu causato principalmente da quali fattori? Esauritasi questa esperienza, hai proseguita la tua carriera adottando lo pseudonimo Leo Nero incidendo un ottimo album come Vero nel 1977 a New York: ci puoi raccontare le
 vicende che hanno accompagnato il tuo soggiorno negli Stati Uniti?

Gianni- Il Balletto si suicidò. Per lo stile di vita estremo che aveva scelto. Vivevamo tutti assieme in un casale alle porte di Rimini. Fra quelle mura poteva succedere -e succedeva- l'impensabile. OGNI giorno. Arrivammo al punto di non poter più andare avanti in quel modo. Quando cominciammo a realizzarlo, era ormai troppo tardi.Innanzi tutto LeoNero si scrive così, non come un nome e un cognome separati, anche se talvolta è apparso e appare scritto nel modo sbagliato.L'album VERO lo registrai nella primavera del 1975 ma, a causa delle vicissitudini che ogni artista deve attraversare nel "dorato" mondo della musica, fu messo sul mercato dalla EMI solo 2 anni dopo. Lo registrai con David LeSage,  fonico di Todd Rundgren. Credo di essere stato il primo musicista italiano a registrare un album interamente da solo, suonando cioè tutti gli strumenti, chitarra e batteria (vera) compresi. Per di più a New York. Non appena sbarcai al Chelsea Hotel proveniente dall'aeroporto,conobbi Neon Leon, incredibile personaggio vicino alle New York Dolls, che mi diede il benvenuto. Quella stessa sera ero in uno studio -il Matrix- a fare furiose jam sessions di scatenato rock 'n' roll proprio con Neon e le Dolls!

5) L'album Monitor, pubblicato dalla EMI nel 1981, ha rappresentato una decisa svolta a livello sonoro nella tua visione compositiva, forse determinata da un avvicinamento verso le atmosfere della cosiddetta new wave che imperversava all'epoca, e probabilmente sospinta anche da un'affinità con le macchine elettroniche: che ricordi mantieni ancora oggi di quel lavoro e come lo reputi a tanti anni di distanza?

Gianni -In quell'album ci sono vari brani che ancora oggi mi piacciono molto e che eseguo dal vivo quando mi esibisco da solo ("Né ieri, né domani", "Anaconda"...). Nel dvd del Balletto appare anche una interessantissima versione re-edited de "Il nuovo mondo". Sul lato A di quell'album avevo 4 musicisti che mi ero scelto personalmnente girando ogni sera nei clubs di Hollywood. Una curiosità: recentemente  ho cercato loro notizie digitando i loro nomi in Google ed ho scoperto che sono tutti ancora in piena attività.Magari li ricontatterò. Sul lato B, invece, tornai al mio eterno "amore":fare tutto da solo. Questa volta, però, usai la drum machine anzichè
spaccarmi le mani sulla batteria vera. Il lato A è molto rock, basti pensare al brano di apertura, "Strada", che infatti mi fu censurato dalla RAI al momento di registrare la mia partecipazione alla trasmissione Discoring. Evidentemente i tempi non erano ancora maturi né per un brano tanto grintoso, con le chitarre e la voce così graffianti (la moda sciagurata del rock annacquato/finto trasgressivo per famiglie non era ancora arrivata, era tutto un proliferare di suoni plastificati), né per un testo che cominciava con i versi "Strada...cerco qualcuno che sappia amare, cerco qualcuno che voglia stare  un quarto d'ora solo con me...Cammino, il mio obiettivo forse
è vicino, forse è lontano, io non lo so...", che immediatamente chiarivano tutto ciò che c'era da chiarire. Il lato B -forse quello che preferisco- è decisamente... spiazzante! Brani come "Abat-jour", "Volpe robot", "No, no,no, no", la stessa "Né ieri, né domani" fanno pensare a chi ascolta: "ma LeoNero è per caso impazzito-o-o??". Solo in un secondo momento (e non è nemmeno detto) si comincia a percepire la verità: dietro a quella voce così alterata, falsata, a quelle scarne sonorità Sixties, si celano una sottile provocazione e tanto umorismo. Come a dire che riuscire a provocare facendo del rock duro può essere anche relativamente facile, ma è molto più eccitante riuscirci facendo brani "indirettamente" provocatori, solo apparentemente innocui. E' nelle mie intenzioni ristampare appena possibile Monitor su cd, arricchendolo di brani inediti registrati negli Anni '80 a Stoccolma nello studio che alcuni dei membri originale del Balletto avevano in quel periodo.

6) Dopo anni di oscurantismo vissuto dal rock progressivo, tra il crepuscolo degli anni '80 e l'inzio del decennio seguente si è assistito al rifiorire di una scena particolarmente attiva: anche tu riformasti il Balletto di Bronzo con il bassista Romolo Amici e il batterista Ugo Vantini, entrambi impegnati nel gruppo romano dei Divae. Con questa formazione avete registrato un disco dal vivo intitolato Trys, contenente composizioni storiche e brani di nuova concezione, e da quel momento credo che il nome della band abbia ricominciato a circolare attraverso i circuiti degli appassionati. Puoi spiegarci più approfonditamente cosa è accaduto dalla pubblicazione di Trys in avanti?

Gianni- Cominciaroro a fioccare inviti per partecipare ai più prestigiosi festival di progressive nel mondo. A partire dal 2000 abbiamo suonato al NearFest negli Stati Uniti, al Mex Prog a Città del Messico, al  Baja Prog,sempre in Messico (nel 2002 e nel 2007), al Rio Art Rock Festival a Rio de Janeiro, al Prog Sud a Marsiglia...E poi abbiamo fatto altri tour in Messico, in Cile, in Giappone, avendo sempre di fronte un pubblico entusiasta, colto e preparato, capace di cantare insieme a me i brani di YS come nemmeno in Italia accade!

7) Un'altra curiosità da soddisfare: qualche anno fa vidi una tua esibizione al festival progressive di La Spezia, e in quell'occasione il tuo spettacolo richiamò l'attenzione del pubblico presente anche grazie all'esecuzione di alcune covers di artisti del calibro di Todd Rundgren, Marianne Faithfull, Brian Eno: la tua interpretazione era veramente sentita, appassionata, si traduceva spontaneamente il tuo grande amore versato per questi musicisti senza tempo. Cosa hanno rappresentato singolarmente per la tua formazione artistica?

Gianni- Sono artisti che stimo e che apprezzo molto. Della Faithfull ho amato l'album "Broken English" del '79 per la drammaticità e il pathos; di Brian Eno ho adorato i suoi primi lavori da solista, per esempio gli albums"Here Come the Warm Jets" e "Taking Tiger Mountain by Strategy", entrambi della prima metà degli Anni '70. Todd Rundgren merita un discorso a parte.
Credo che NESSUNO come lui sia capece di ricoprire TUTTI i ruoli che possone esserci nel mondo della musica: essere un VERO polistrumentista (tastiere, chitarra, sassofono), cantante, arrangiatore, produttore, compositore, paroliere, fonico..... e fare tutto in modo superbo!... Ma i miei veri punti di riferimento nei primi anni sono stati Frank Zappa (il sommo), Keith Emerson e Brian Auger (sempre i migliori, ancora oggi mostrosamente bravi), Jimi Hendrix (unico e irripetibile)... Comunque di artisti bravi e geniali ce ne sono un bel po', in tutti i campi e i generi musicali. Purtoppo sono tanti, tantissimi  anche i cani e i porci, nonché i somari raglianti, ahimè! Basta non ascoltarli MAI, nemmeno per sbaglio alla radio quando guidiamo o ci facciamo la doccia, perché inquinano il nostro gusto musicale e ci contaminano con la loro sotto-mediocrità.

8) Giunti a metà del 2008 ha visto la luce finalmente il primo documento visivo che immortala il Balletto di Bronzo in scena (21 Settembre 2007 presso la Stazione Birra di Roma), alle prese con un repertorio sempre in equilibrio tra pezzi ripescati dal magnifico Ys, composizioni appartenenti al passato e ben quattro inediti assoluti (Napoli Sotterranea, Deliquio Viola, Certezze Fragili e L'Emofago). Vorrei porre l'accento su questi nuovi pezzi che mi sono apparsi veramente affascinanti e creativi, qualitativamente eccelsi: li puoi analizzare più compiutamente?

Gianni- Da anni gli "Amantes" del Balletto anelavano e bramavano brani nuovi. Io non riesco a creare al tavolino: devo essere nell'umore giusto. Putroppo le visissitudini e le storture del mondo della musica o, meglio,del suo "dietro le quinte", mi fanno star male. Risultato?. Mi allontano da tutto ciò che mi ricorda la musica, facendo così del male innanzi tutto a me
stesso. Inoltre, quando si è costretti a cambiare in 12 anni 5 bassisti e 4 batteristi ed ogni volta ricominciare tutto da capo col nuovo o coi nuovi elementi, di pazienza ne rimane ben poca. Prima di passare brani nuovi per me innanzi tutto era importante che venissero come si deve quelli "storici". L'anno scorso, finalmente, ho trovato il momento giusto per creare. La formazione attuale è composta, oltre che da me, da Adolfo Ramundo alla batteria e da Ivano Salvatori al basso."Napoli Sotterranea" in realtà ha già 5 anni, ma prima d'ora era inedita; "L'Emofago", "Deliquio Viola" e "Certezze Fragili" invece li ho composti poco prima di realizzare il dvd. Il testo de "L'Emofago" descrive quei loschi e squallidi personaggi che entrano talvolta nella nostra vita al solo scopo di "vampirizzarci", di rubare tutto ciò che possono e poi scappar via. Quanti ne ho incontrati! Il testo di "Deliquio Viola" mi venne in mente un giorno in cui ero particolarmente esasperato: ero in macchina in mezzo al traffico, faceva molto caldo, mi sentivo un pollo in batteria, soffocato nel pollaio globale,circondato da persone inette, inaffidabile e cialtrone,da falsi "amici" e sedicenti "fratelli"...l'unico mio desiderio era quello di immergermi in una...fredda gelatina viola (chissà perché questa fu l'immagine che ebbi) dimenticando così tutto e tutti. In "Certezze Fragili" tocco un tema a me molto caro: il rifiuto netto e irrevocabile di tutte religioni organizzate, che ottenebrano la mente e sono sempre state fino ai giorni nostri la rovina dell'umanità,sono il Male. Infatti, ammesso e non concesso che qualcosa di definibile come "dio" esista davvero, sono certo che sarebbe totalmente diverso a ciò che le religioni sostengono. Musicalmente volevo che i brani nuovi fossero riconducibili allo stile del Balletto, ma allo stesso tempo tenendo presente che non siamo nel 1973 ma nel 2008.

9) Hai intenzione di rimetterti in gioco, discograficamente parlando, e attivarti per dare un seguito al live Trys concentrando materiale totalmente inedito in un'opera nuova di zecca?

Gianni-- Certamente! Basta che mi lascino "lavorare" in pace. A parte il fatto che da anni ho materiale inedito davvero notevole..... Ormai è chiaro che il mio modo di comporre musica esclude qualsiasi altra persona a parte me stesso.  Infatti finora nella mia vita non ho mai lavorato in tandem o in gruppo, proprio non ci riesco. Odio discutere, accettare compromessi. In questo sono piuttosto dittatoriale. Forse perché oramai so fin troppo bene cosa mi piace e cosa detesto, cosa voglio esprimere, comunicare, e come farlo. E poi spetta a me l'onore e onere di mantenere il timone del Balletto nella direzione giusta e talvolta non è facile, quando tutto intorno a te
vorrebbe o potrebbe condizionarti.
                                                    Gianni Leone 2008

lunedì 30 novembre 2009

RACCONTO DEL CASOLARE

Quando si parla della formazione originaria del Balletto, si arriva immancabilmente a citare il leggendario (ma sì, permettetemi, in questo caso,di adoperare un aggettivaccio tanto logoro e irritante), Casale di Rimini, che vide l'ascesa e la decadenza, fino alla rovina per autolesionismo, del gruppo. Oltre che in tante interviste, si legge di questo casale anche in alcuni libri, come "I campi della memoria" di Franco Vassia, o "Rock Progressivo Italiano" di Francesco Mirenzi. Quel luogo fu un vero monumento, un tempio dedicato alla musica, frequentato da tanti musicisti e persone interessanti. Il Balletto ci visse fra il 72 e il 73. Io lo lasciai nel settembre del 73, quando il gruppo era ormai smembrato (Ajello era già volato in Svezia, Manzari era tornato a Roma). Mi ritrovai con degli amici a Rimini esattamente 10 anni più tardi, cioè nell'agosto dell'83, e decisi di andare a vedere se il casale esisteva ancora. Sì, era lì: abbandonato a se stesso, in rovina, col tetto in parte crollato. Sembrava la perfetta ambientazione per un film horror. Entrai. C'erano evidenti tracce di bivacchi fatti da chissà chi, forse barboni, brandine improvvisate. Notai che c'erano ancora attaccate alla porta della mia stanza degli adesivi che io stesso avevo apposto 10 anni prima, e nella camera di Gianchi c'era ancora il guardaroba verniciato da noi in nero e arancione. Giravo per quelle stanze come in trance. Quante emozioni. Ci tornai ancora una volta quella stessa notte, da solo. Da allora non sono più capitato a Rimini. Poi, ultimamente, mi giunge la notizia che il casale è stato ristrutturato e trasformato in un bellissimo agriturismo, con 4  confortevoli camere disponibili. Decido di indagare. Telefono e parlo direttamente col signor Pelliccioni (parente diretto del nostro locatore di allora) e vengo a sapere che il casale ristrutturato è in realtà il GEMELLO di quello abitato dal Balletto, che si trova a circa cento metri di distanza, ancora in stato di abbandono. Inoltre Via Chiesa, (il Balletto abitava in via Chiesa 9, conservo ancora molte lettere che mi spedivano a quell'indirizzo amici e fans), ora si chiama Via Ca' Sabbioni. Da qui gli equivoci.  Andate a visitare il sito www.casemori.it  e vedrete la fotocopia del casale ballerino. La struttura è identica: il silos sulla sinistra, il pozzo leggermente più indietro, solo che il nostro era interamente bianco. Mi piace l'idea di andare a trascorrere alcuni giorni nell'agriturismo, con possibilità di visita "archeologica" al casale ballerino. Poi chissà, magari un giorno il signor Pelliccioni lo ristrutturerà e le 4 camere da affittare ai clienti le dedicherà a Leone, Ajello, Stinga, Manzari e al Prog-Italiano.
                                                       Aprile 2005.
Ho appena ricevuto da Rimini le foto recenti del leggendario casale ex casa-Balletto, scattate dallo stesso proprietario. Come potete vedere, ormai non è che un rudere. Questo mi fa immaginare che non sia mai più stato abitato da allora. La finestra della mia stanza durante il primo periodo è quella piccola al centro della facciata. Inoltre si nota, sulla parete laterale sinistra, il largo squarcio conseguente a quando cercammo di raddrizzare il nostro furgone, spingendolo sciaguratamente contro il muro a marcia indietro, dopo che degli "amici-di-amici-di-amici-di-amici" lo presero senza avvertirci e lo riportarono drammaticamente e ridicolmente deformato, cioè col tetto completamente inclinato all'indietro come nei fumetti, dopo essere passati a tutta velocità sotto un ponte troppo basso (episodio ormai arcinoto). Il porticato appare sostenuto e chiuso da muri che prima non c'erano. Inoltre, tutta la struttura(le antiche stalle) alla destra dell'ingresso, è totalmente crollata e inghiottita dalle sterpaglie. La finestra della mia stanza durante l'ultimo periodo è quella a destra, e fu proprio da qui che Lino Ajello per un soffio non finì di sotto, quando io e lui rimanemmo mezzi asfissiati dal gas una notte di Natale dei primi anni 70. La finestra accanto, aggredita dai rampicanti, è della camera di Gianchi. Lo squarcio più a sinistra è ciò che resta dell'altra finestra della camera di Gianchi, da cui accedevamo al tetto per sdraiarci sulle tegole della struttura sottostante, ormai sparita, a prendere il sole (io rarissime volte, a dire il vero). Mi torna alla mente la nostra Mercedes verde parcheggiata lì davanti, con lo stereo che durante i nostri continui viaggi urlava a tutto volume Rolling Stones, Led Zeppelin, Who, Wishbone Ash...Tante volte mi arrampicavo in cima al silos rimasto intatto, sembra, e me ne stavo in dolce compagnia (cioè in compagnia di me stesso). Una notte giocammo alla "Caccia al Vampiro": gli amigos mi assediavano da sotto cercando di stanarmi con fumo e fuoco, mentre io dall'alto gli versavo addosso getti d'acqua e solo gli Dei ricordano cos'altro. E così fino all'alba, quando finalmente, esausti, ci concedemmo una tregua. Dicembre 2008. L'amico Beppe Carelli si reca al casale e realizza delle inquietanti, sconvolgenti sequenze filmate....(youtube.com/user/mancino14) Vi lascio alle vostre emozioni, mentre io mi abbandono alle mie, ma senza troppa nostalgia, of course.

                                                          Gianni Leone
Il Casolare di Rimini