"Niente è più patetico di una persona priva di senso di autocritica che si crede PERFETTA solo perchè fa l'un per cento di quello che bisogna fare per essere...appena accettabili." (Gianni Leone)

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mercoledì 9 febbraio 2011

LA TESTIMONIANZA DI GIANNI LEONE

                                30 anni di storia Rock
Città Frontale 1970



In quegli anni non esistevano ancora la “moda giovane”, la cultura dei giovani. Ci sentivamo degli esclusi, la società dei “grandi” ci considerava semplicemente individui in attesa di diventare adulti. In Italia, a Napoli, eravamo particolarmente penalizzati rispetto alle realtà che potevano offrire capitali europee come Londra o Amsterdam. Abbiamo dovuto conquistarci giorno dopo giorno una nostra identità artistica e umana con i denti e gli artigli. Non è stato facile. Acquistavamo i dischi non reperibili sul mercato italiano alla base Nato, dove suonavamo spesso con la formazione Città Frontale. Così scoprimmo gruppi come i Nice, con un giovane e straordinario Keith Emerson, Frank Zappa e the Mothers of Invention e tanti altri. Per noi si aprì un mondo nuovo e sconvolgente. Scoprimmo di avere nuove esigenze, ma poi ci guardavamo intorno e vedevamo una realtà che non ci corrispondeva. Strappavamo le tende di casa per trasformarle in camicie straordinariamente eccentriche che ci cuciva con grande maestria la madre di Lino Vairetti. Noi eravamo personaggi veri, credibili, ma soprattutto determinatissimi, nonostante le discriminazioni di una società che considerava noi “capelloni” -e bastava già che i capelli coprissero la parte alta del padiglione auricolare– elementi da disprezzare e deridere. Bisognava lottare continuamente per rimanere se stessi. Questo, però, ci ha forgiato per sempre. Oggi invece tutto è svilito a una sciocca e superficiale moda di massa: la moda della notte, della musica, dei locali, dello sballo, delle cosiddette trasgressioni…La droga è diventata un dramma sociale quando l’hanno fatta degenerare in una moda sciagurata per ragazzini qualunque. Le droghe –che restano in ogni caso “giocattoli” pericolosissimi-  servono per spalancare certe porte della nostra psiche per disinibirci, per vedere cosa c’è dietro. Una volta capito il meccanismo, riusciamo ad aprirle, se vogliamo, anche con un semplice bicchier d’acqua e quelle chiavi non servono più. Chiuso. Io penso che almeno per un periodo bisogna praticare gli eccessi in tutti i campi della vita, come il sesso per esempio, per poi trovare un proprio SANO equilibrio in un punto non necessariamente coincidente con ciò che comunemente (secondo la visione DEGLI ”ALTRI”, cioè) viene definito come “bene” o “male”. La nostra libertà, noi, ce la siamo conquistata!. Ci incontravamo a Piazza Vanvitelli al Vomero (abitavamo quasi tutti in zona, io in via Bonito 21, poi tutta la mia famiglia si trasferì a Roma), davanti al bar Sangiuliano -che oggi non esiste più: sostituito da una stramaledetta banca, of course- che era diventato una piccola oasi artistica. Parlavamo di musica per notti intere. Sentivamo di avere un potenziale immenso, sapevamo che di lì a poco avremmo perlomeno tentato di cambiare qualcosa in un panorama musicale, come quello partenopeo, estremamente difficile e duro da scalfire. Eravamo schiacciati dalla melodia napoletana, un macigno sul nostro bagaglio culturale, e solo alcuni di noi hanno poi saputo o voluto prendere elementi della tradizione e riportarli nella propria musica. Ce la mettevamo tutta per sfondare quell’odiata prigione fatta di canzonette imperanti e melodie all’italiana infarcite di cuore-amore, quella triste e deprimente realtà in cui perfino i cantanti “per i giovani” avevano spesso un aspetto così insulso e una presenza scenica così ingessata e imbranata da renderli simili a bambinetti dello Zecchino d’Oro, oppure a dei seminaristi o a delle educande al saggio scolastico di fine anno. In quel momento volevamo andare contro tutto ciò ed era molto faticoso inventarci una nostra identità artistica e umana. I dischi li cercavamo, le stoffe le procuravamo, i vestiti ce li cucivamo noi. Invece oggi, specialmente in Italia, tutto è alla portata di chiunque, ma in forma di moda cretina e conformista, svuotata dei contenuti originali: capita per esempio di vedere liceali ricoperti –LORO MALGRADO- di trucidi tatuaggi, con nasi, capezzoli e prepuzi forati, coi capelli color fucsia, che ignorano perfino cosa sia stato il fenomeno Punk; o giovani gommisti e garzoni di salumeria travestiti da perfetti freaks anni ’70, con vestiti e accessori che oggi si trovano tranquillamente e inoffensivamente anche ai grandi magazzini. E questo in fin dei conti lo possono fare grazie a noi. La vera trasgressione –oggi- sarebbe riuscire ad essere originali e credibili.
In città ero considerato un bravissimo tastierista, anche perché avevo delle basi classiche. La tastiera è uno strumento complesso, va studiato, rispettato. Sono un purista e pretendo perciò che la mano, quando si suona il piano o l’organo, rispetti la diteggiatura ideale e sia sempre esteticamente bella. E poi ero il più giovane di tutti: un bambinetto che dietro il suo Farfisa, cercava di emulare Keith Emerson o Brian  Auger, “mostri” di bravura tecnica e interpretativa tuttora insuperabili. Poi iniziai a comprare libri noiosissimi come “Tecnica del Contrappunto” di Arnold Schoenberg. Tentai di non diventare uno dei soliti tastieristi italiani che scimmiottavano Emerson o Auger. Cercai di sviluppare uno stile mio. Sono stato tra i primi a Napoli a possedere  l’Hammond. Conobbi Lino Vairetti nella funicolare Centrale di piazza Fuga. Di lì a poco  ci ritrovammo a suonare nello stesso gruppo, i Volti di Pietra. Facevamo cover dei Kinks, Spencer Davis Group, Procol Harum, Doors, John Mayall, Family, poi con l’ingresso di Lello Brandi al posto di Enzo Petrone e Danilo Rustici che sostituì Peppe Sanniola, cambiammo il nome in  Città Frontale. Ricordo un periodo di grande entusiasmo e attività, andavamo a suonare o alle prove in cinque più gli strumenti incastrati in una Cinquecento. Incredibile! Lino e Danilo iniziarono a comporre, mentre io non ero ancora interessato alla composizione. Molti dei brani che suonavamo allora, più tardi apparvero sul primo album degli Osanna, “L’Uomo”. Ma io volevo sperimentare un diverso tipo di musica, più contorta dal punto di vista melodico, quasi vicina alla atonalità, e realizzai che questa mia idea non sarebbe stata in linea con lo stile di Città Frontale. Una notte trovai sotto casa il chitarrista del Balletto di Bronzo, Lino Ajello, che mi aspettava. Parlammo entusiasticamente per ore ed ore, trovandoci perfettamente in sintonia. A seguito di quell’incontro, entrai subito a far parte del gruppo. Così cominciò la mia avventura col Balletto di Bronzo. Intanto, Elio D’Anna si unì a Città Frontale. Si pensò di cambiare nome al gruppo. Nacquero, così, gli Osanna.

                                                  Gianni Leone
                                                         (2001)
Città Frontale 1970

martedì 17 agosto 2010

THE SOFA TRAINING


             UN NUOVO RITORNO E UNA NUOVA FASE PER IL BALLETTO DI BRONZO

La storia del Balletto di Bronzo è punteggiata di aneddoti quasi surreali, situazioni estreme e paradossali, circostanze particolari ed eventi a sorpresa…Anche questo nuovo “ritorno“, ha un certo che di straordinario. Tornati in Italia nel maggio del 2003 dopo il nostro ultimo tour in Messico e Cile, ciascuno di noi intraprese strade musicali diverse, e il gruppo si fermò. Io, naturalmente, mi rituffai nella  mia dimensione solistica, esibendomi da solo con molta
soddisfazione e divertimento. Intanto mi guardavo attorno per scovare due nuovi musicisti per Il Balletto. Nel corso di un anno e mezzo ne ho incontrato o contattato circa centocinquanta, tra bassisti e batteristi, facendo delle selezioni molto lunghe e accurate.

PRIMA FASE: estenuante conversazione telefonica per inquadrare il personaggio
(taluni sono stati scartati già a questo primo livello).

SECONDA FASE: la “Prova Divano”, che non è quello che maliziosamente si potrebbe
immaginare, ma un incontro a casa mia  per verificare  le doti caratteriali e di affidabilità delle varie persone nonché valutare le loro capacità artistiche sulla base dell’ascolto del materiale registrato da me richiesto in precedenza; inoltre, durante questi incontri, cercavo di attingere quante più informazioni possibili sui singoli individui per poi scartare senza alcuna pietà  ”impiegati della musica” senza passione né entusiasmo, mercenari, persone prive di senso
dell’umorismo, povere d’intelligenza, di apertura mentale e di sana follia artistica (e anche qui ne son caduti tanti…); in più, durante questi incontri potevo valutare di persona l’ESTETICA più o meno gradevole dei diversi musicisti (anche l’occhio –mio e del pubblico- vuole la sua parte, of course), tutti compresi  tra i diciannove e i cinquantacinque anni d’età; ma spesso è capitato
che Mister Universo non sapesse suonare affatto o che Godzilla fosse molto dotato: che fare?... Inoltre non andavano bene quelli troppo egocentrici ed esuberanti (si sarebbero scontrati con me dopo due minuti), né quelli con problemi personali tipo dipendenza da droghe (siamo nel Duemila e non più negli Anni ’70: abbiamo già dato!…),  e men che meno quelli con mogli/amanti/fidanzatine/partners asfissianti e troppo “presenti”. Poi, quando mi sono reso conto che tutti quelli che superavano “una certa età” non erano più presentabili sul piano estetico (MAI lasciarsi andare, ragazzi!…) ed avevano perso gran parte del loro sano entusiasmo, mi sono concentrato solo sui più giovani.

TERZA ED ULTIMA FASE (accessibile solo a chi ha superato la famosa “Prova Divano”)
: esecuzione in sala prove di parti tratte dal repertorio del Balletto, più  altre a piacere. Infine, la decisione solenne.  Ma ecco la sorpresa: sebbene fra  i circa ottanta batteristi da me incontrati, tre o quattro avessero tutti i requisiti richiesti, alla fine ho preferito ridare il “trono” a un ben ritrovato Riccardo Spilli. Spiazzante, no? Riccardo entrò nel Balletto nel 1997 ed è a
tutt’oggi il batterista che è durato di più, persino più dello stesso, ”storico”, Gianchi Stinga. Al basso abbiamo Alberto Bronner: lui sì, autentica “primizia”, amabilissima persona e bravo musicista, emerso da una rosa finale di tre bassisti da circa settanta iniziali. Comunque, con molti dei musicisti esclusi sono rimasto in ottimi rapporti e spero che possano svilupparsi delle belle amicizie. Grazie a tutti!
Il debutto di questa nuova formazione avverrà a Roma il 12 novembre 2004 al
Villaggio Globale, in concerto con gli Ozric Tentacles.
                             Gianni Leone, dal 1971 nel Balletto di Bronzo con mani, gola e testa.

N.B. -Oggi, estate 2006, sia il bassista che il batterista sono cambiati di  nuovo:
           al basso c’è Marco Capozi, alla batteria Adolfo Ramundo. 
                                                        Leo
Aggiornamento  2009: il nuovo bassista è Ivano Salvatori.

giovedì 17 dicembre 2009

GIANNI LEONE...e la MUSICA


La musica è innanzi tutto parte della mia natura ed è sempre stata una presenza costante in ogni momento della mia vita. È un filtro che ti fa vedere ogni aspetto del mondo in modo diverso. È un esigenza, un bisogno, un impulso primordiale. E poi la musica è certamente un gratificante, diretto ed efficacissimo mezzo di comunicazione oltre che un modo per provocare, sedurre, uno sfogo per il proprio narcisismo, la propria vanità, un antidoto alle proprie frustrazioni e inibizioni, uno strumento per darsi e dare piacere, un gioco creativo, un veicolo infallibile per ogni tipo di emozione immaginabile. Cantare è un'esperienza fra le più liberatorie al mondo: è il tuo corpo stesso che vibra e crea musica. Non esiste niente di più naturale
e diretto. Naturalmente la musica per me è anche fonte di grande sofferenza, che mi costringe ai miei proverbiali periodi di "odio" nei suoi confronti, nel corso dei quali arrivo persino a rigettare la sola idea di avvicinarmi a una tastiera, facendo in questo modo del male innanzi tutto a me stesso. La causa di tutto ciò? Principalmente il dover troppo spesso avere a che fare con dei NON-artisti e NON-musicisti -ma autentici buzzurri e cafoni, per di più inaffidabili e superficiali- che vogliono interferire con la tua creatività, che possono decidere se farti suonare o meno, che giudicano con supponenza il tuo lavoro pur essendo loro incapaci di riconoscere un "do" sulla tastiera o di emettere dalla bocca un suono che non sia il raglio di un somaro raffreddato e ubriaco. E poi, salvo che in alcuni casi,  sono perennemente convinto che qualunque cosa io abbia appena fatto, anche se mi soddisfa, avrei potuto farla ancora meglio. E la sfida infinita continua... Senza tregua e senza pace (per me).In Ys e un po’ in tutti i tuoi lavori ci sono riferimenti dichiarati alla musica espressionista e dissonante di Schönberg, oltre a reminescenze di compositori d’avanguardia come György Ligeti. C’è qualche altro autore contemporaneo al quale ti senti particolarmente affine? All'epoca acquistai dei noiosissimi tomi di Arnold Schönberg sulla teoria musicale, che neanche finii di leggere. Però in qualche modo ne rimasi influenzato. Così come con Edgard Varèse e Olivier Messiaen, che non ho mai approfondito più di tanto, ma che in qualche modo mi hanno stimolato, suggestionato, ispirato.Hai sempre ribadito di avere come modelli tastieristici Keith Emerson, Brian Auger e Pete Robinson dei Quatermass, e di ammirare musicisti
“a tutto tondo” come Frank Zappa, Jimi Hendrix, Todd Rundgren, Brian Eno e Keith Jarrett. Chi fra questi ti ha influenzato/impressionato di più, e in che cosa in particolare? Innanzi tutto Jimi Hendrix. Strano per un tastierista, vero? Da lui ho imparato a tirar fuori la mia grinta "animalesca" senza pudori e trasferirla sullo strumento musicale. Quando da bambino acquistai "Are You Experienced?" e l'ascoltai mi si spalancò immediatamente un nuovo universo.  E poi "Axis: Bold as Love", "Electric Ladyland"... Da quelle note lancinanti, da quei suoni  mai sentiti prima, trassi una grande ispirazione. E poi certamente Frank Zappa, un vero genio. Ancora oggi, quando ascolto il mio glorioso vinile di "Hot Rats", penso che probabilmente non sia più possibile sperare di trovare nella produzione discografica attuale qualcosa che possa eguagliare un tale capolavoro di virtuosismo (mostruosamente bravi anche tutti gli altri musicisti!), creatività, provocazione, innovazione, originalità, complessità compositiva. E' davvero un disco che porterei con me su un'isola deserta. E che dire di Keith Emerson e Brian Auger? Sono ancora i migliori tastieristi esistenti: la grinta, lo stile sensuale e aggressivo, la tecnica spaventosa.... Certo, all'inizio mi ispirai a loro, o almeno osavo ambire ad avvicinarmi il più possibile a quei livelli eccelsi. Erano i principali punti di riferimento per qualsiasi tastierista. Poi cercai di trovare un mio stile personale elaborando le varie fonti d'ispirazione. Considero Jordan Rudess certamente fra i migliori tastieristi di oggi. Brian Eno all'inizio non lo presi molto sul serio: lo consideravo un non-musicista con qualche idea strampalata tutta da verificare. Poi, nei suoi primi album da solista, trovai una miniera di idee, di invenzioni straordinarie, di trovate geniali, e capii che si può fare dell'ottima musica senza particolari virtuosismi tecnici, perfino con musicisti raccattati nei bassifondi, purché diretti e “utilizzati”
nel modo giusto. Fermo restando, naturalmente, l’importanza fondamentale della tecnica, necessaria per suonare bene qualsiasi strumento Anche lui mi ha ispirato. In realtà le mie fonti di ispirazione sono state e sono tuttora molto differenti fra loro. Posso ascoltare casualmente un brano alla radio quando sono in macchina e scoprirci dentro qualcosa che mi piace e mi folgora. Oppure andare a un concerto di un artista –magari
sconosciuto- e rimanerne positivamente colpito. Mi influenza anche ciò che reputo rivoltante e indegno musicalmente, come le canzonette di certi cantautoroni e cantautorini: se non altro perché rende in me ancora più chiaro e netto il confine tra ciò che amo e ciò che detesto,  disprezzo, da cui rifuggo immediatamente poiché penso che la musicaccia ci contamini, ci rovini e imbastardisca il gusto musicale, sia uno sfregio e una violenza alla nostra sensibilità artistica. Gli show del Balletto di Bronzo terminano sempre con un tuo travestimento e con il lancio dei “famosi” bigliettini con “le grandi verità di Gianni Leone”. Cosa intendi trasmettere al tuo pubblico nei concerti? L'idea nacque molti anni fa. Annoiato e stufo della ripetitività delle feste e riunioni coi miei amici, una sera m'inventai un gioco: distribuii a tutti dei foglietti su cui avevo scritto alcuni miei pensieri sulla vita e li invitai a commentarli. Passammo tutta la notte a discutere. Da quel momento è diventato un "rituale" fisso. Così un giorno pensai di trasferirlo anche sul palco. Naturalmente oggi di aforismi ne ho tantissimi, dai più drammatici, amari, ai più surreali, ironici, paradossali, dissacranti e scelgo di volta in volta quali utilizzare. Solo gli amici più intimi posseggono l'intera raccolta. Alcuni sono volutamente scritti in una forma provocatoria e "sopra le righe", ma voglio che sia così. Mi diverte definirli, con una punta di ironia e con un pizzico di presunzione, "Le Grandi Verità". Forse perché tutto ciò che scrivo lo penso realmente o l'ho vissuto di persona, quindi ci credo in modo assoluto.Dopo lo scioglimento della formazione storica del Balletto di Bronzo nel settembre 1973, cambiasti drasticamente rotta musicale pur mantenendo il tuo inconfondibile stile. Andasti prima a New York nel ‘75, e poi a Los Angeles nel ‘79 intraprendendo la carriera solista.Oggi si può dire senza dubbio che la tua anima multiforme abbia trovato la sintesi perfetta nei nuovi brani, tra spunti dark, progressive, new wave,avanguardisti e quant’altro, come testimonia il Dvd Live in Rome dell’anno scorso. Cosa ha conservato del passato Gianni Leone, e di cosa, invece, si è liberato? Ho certamente conservato tutta la mia vitalità, la mia grinta, il mio senso dell'umorismo, la mia capacità di emozionarmi, eccitami, caricarmi come una bomba di entusiasmo inarrestabile e travolgente, la mia parte infantile, surreale,  fiabesca, la mia sana follia, mentre con gli anni ho sviluppato enormemente il mio senso di critica e soprattutto di autocritica. Per certi versi sono esattamente come quando ero adolescente, e anche il timbro e l’estensione della mia voce sono rimasti come allora. Mi sono liberato
di molte inibizioni, condizionamenti, limiti e blocchi mentali che potevo avere anni e anni fa. Ho perso invece molta della mia disponibilità verso il prossimo in generale, pur non essendo ancora diventato un totale misantropo. Ho perso la mia capacità di sopportazione nei confronti di tutto e di tutti. Ho perso la... pazienza! Tuttavia non credo di essere (ancora) diventato un essere spregevole e impossibile. Anzi, tutti mi trovano simpaticissimo!...Nel corso degli anni hai partecipato come ospite ai lavori di molti musicisti dalle estrazioni più disparate, ultimi dei quali i tuoi vecchi amici Osanna nel loro recente album ProgFamily. Qual è la collaborazione che ricordi con più piacere? Ricordo con piacere il mio apporto con le tastiere a due album di un gruppo iraniano residente in Svezia. Erano dischi destinati al mercato arabo, che registrai nel 1985 a Stoccolma. I brani che composi e registrai nel 1980 a Hollywood per Tomata Du Plenty, cantante degli Screamers. Poi proprio l'ultima collaborazione, quella all'album "Prog Family" degli Osanna. A parte il piacere di ritrovarmi con Lino Vairetti in studio e sul palco, vedo un significato immenso nel fatto stesso di aver risuonato oggi in due brani che suonavo da bambino nel '70-'71 con Città Frontale all'organo Farfisa Fast-5, prima ancora di cominciare l'avventura col Balletto.C’è qualcosa che non rifaresti o che rimpiangi di non aver fatto? Un’infinità di cose. Principalmente l’aver dato fiducia e stima, se non addirittura amicizia e affetto -due parole/bestemmia che oramai uso col contagocce-  a persone  maleducate, rozze e meschine che alla fine mi hanno danneggiato, ingannato, deluso in un modo o nell’altro, anche recentemente. E poi l’essermi lasciato sfuggire una quantità di irripetibili occasioni “d’oro” per voler essere sempre troppo corretto, troppo… “artista”. Mi sono trovato varie volte nel posto giusto al momento giusto con la gente giusta, eppure non ho afferrato al volo quelle situazioni per trarne becero profitto. Pensavo semplicemente a… VIVERE. Oggi me ne pento. Se potessi tornare indietro mi piacerebbe correggere, cambiare alcuni miei comportamenti del passato. Cosa ti aspetti dal futuro? Io amo vivere nel presente e mi sforzo di farlo nel modo migliore. Il futuro m'interessa fino a un certo punto. Però non mi manca di sicuro la progettualità, sarebbe molto triste e demotivante non averne. E non amo rifugiarmi nel passato -trucchetto fin troppo comodo- pur non rifiutandolo o rinnegandolo, anzi. Ma, anche se nella risposta precedente affermo che se potessi tornare indietro mi piacerebbe cambiare non poche cose, il passato mi serve per non dimenticare le mie radici, la mia formazione di artista e di persona, le mie esperienze, poiché tutto ciò che ho vissuto finora, nel bene e nel male, ha contribuito a comporre il mosaico della mia realtà odierna. I miei sforzi quotidiani sono tesi a cercare di fare un Gianni Leone sempre migliore, sotto ogni punto di vista. C’è sempre un miglior modo di essere se stessi. Questo vale per tutti.....Vuoi mandare un saluto ai lettori di quest’intervista?
     ............una zampata Leonina a tutti gli amanti della musica!
intervista di Gianmaria Consiglio (www.eclysse.com)
clip video del Live 21/9/2007 Stazione Birra Roma