"Niente è più patetico di una persona priva di senso di autocritica che si crede PERFETTA solo perchè fa l'un per cento di quello che bisogna fare per essere...appena accettabili." (Gianni Leone)

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domenica 13 giugno 2010

JAMES TAYLOR QUARTET - MICCA CLUB


Claudio Simonetti ed io siamo stati invitati al concerto del James Taylor Quartet al Micca Club. Innanzitutto c’è da dire che “questo” James Taylor non è “quel” James Taylor (il cantautore americano di “You’ve Got a Friend”): è un caso di omonimia. Detto questo, dovrei cominciare il mio racconto, ma sono un po’ in imbarazzo. Intanto, sale sul palco un sextet anziché un quartet, e fin qui… Oltre a Taylor, infatti, appaiono un bassista, un chitarrista, un batterista, un trombettista e una cantante di colore. Restiamo subito terrorizzati e schifati dall’abbigliamento del batterista: camicia impiegatizia e “giacchettella” da riunione parrocchiale. Gli altri non sono da meno, specie Taylor, che sfoggia una ripugnante “cammesella” bianca da seminarista in libera uscita, ma –si badi bene, eh!- con polsini e collo sbottonati, nel patetico quanto inutile tentativo di renderla forse più….”disinvolta” e frivola. Ma in quali negozi di abbigliamento si vendono questi obbrobri così tristi e squallidi? Mah!... Solo la cantante, tutta vestita di nero, con abiti attillati e sexy, ha un’immagine che la rende degna di poter salire su un palco. Cominciano a suonare. Appare subito chiaro che il più dotato musicalmente è il trombettista. Gli altri fanno da contorno, bravi quanto basta ma non certo eccelsi, e persino la cantante non ha mai una vera parte vocale: non fa altro che interventini sporadici o andare all’unisono con l’inutile voce di Taylor. A me piace molto l’acid jazz, davvero. Non a caso uno dei suoi padri fondatori è il sommo Brian Auger, ancora oggi il migliore fra tutti, dico TUTTI gli hammondisti al mondo. Il repertorio del J.T.Quartet è infatti ricco di brani molto piacevoli, scorrevoli, dalle belle atmosfere e dalle armonie accattivanti. Comprende anche alcune cover. Il problema però è un altro. Io e Claudio proprio non riuscivamo a capacitarci: ci guardavamo l’un l’altro increduli ogni qualvolta Taylor cominciava un assolo. E’ incomprensibile come questo organista sia considerato a livello internazionale, visto il suo
scarsissimo livello tecnico: suona come un dilettante qualunque! Ogni assolo, un’occasione sprecata. Immaginavamo come avrebbe suonato un  hammondista VERO, invece -Auger in testa, naturalmente-, le cose meravigliose, ricche di pathos, sensualità, grinta e virtuosismo tecnico irraggiungibile che avrebbe saputo offrire. E invece…. Che tristezza doversi sorbire le solite svisatine che qualsiasi principiante può fare quando si trova un Hammond sotto le mani!… Se fossimo stati portati con una macchina del tempo indietro negli Anni ’60-’70 e ci fossimo
trovati ad assistere alle prove di un gruppetto in una cantina qualunque, l’organista avrebbe suonato proprio così!Ogni volta che assisto al concerto di un musicista davvero straordinario, dalle capacità artistiche e tecniche altissime, da una parte l’esperienza mi serve da sprone per migliorarmi, ma dall’altra mi deprime poiché mi fa sentire ancora lontano anni luce dai livelli che vorrei raggiungere e che quasi certamente non raggiungerò mai. Provo un senso di frustrazione bruciante. Con Taylor non si corre certo questo rischio.Improvvisamente il gruppo lascia il palco per una pausa, quasi fosse un’orchestra da piano-bar. Claudio ed io ne approfittiamo per scambiare opinioni e commentare il concerto anche con Titta Tani, il suo batterista nei Daemonia, che concorda con noi. Dopo circa un quarto d’ora il sestetto torna sul palco e riprende a suonare. Il batterista, come coup de théatre, si è tolto la “giacchettella” parrocchiale e sfoggia la camicia impiegatizia in tutto il suo raccapricciante orrore. Et voila! Taylor, intanto,  fa ricorso spudoratamente a tutti i logori e triti “trucchetti” per scaldare il pubblico, tipo (pietà!) incitare a battere le mani ritmicamente (però, da non credere!, per una volta tanto il pubblico non andava fuori tempo!....), fare il simpaticone  – a Roma dicono “piacione”- a tutti costi… A un certo momento l’Hammond si guasta e non emette più suono. Lui commenta il fatto con tono stizzito, definendo lo strumento “shit” (merda). Che invece l’organo stesso abbia deciso di simulare un guasto pur di togliersi quelle mani indegne di dosso? Chissà… Lui ha continuato a fare i suoi assoletti sull’altra tastiera, un piano elettrico, che sotto le sue mani emetteva il suono di un pianino Bontempi. Poi, improvvisamente, il concerto, tutto sommato breve, è terminato. That’s it.Conoscevo già il James Taylor Quartet. Ho anche il cd “In the Hand of the Inevitable” del ’95, contenente l’infelice cover di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin (che salto sempre e immancabilmente). Nonostante la presenza di brani piacevoli e d’atmosfera, con delle belle ritmiche -quasi tutti composti dallo stesso Taylor-, fin dal primo ascolto mi colpì subito il suo stile banale, scontato, da organista senza personalità alcuna. E dire che sui dischi fa una figura decisamente migliore rispetto alle esibizioni dal vivo, in cui trionfa solo il suo manierismo.E’ la seconda volta che vedo questo musicista in concerto, oramai le mie certezze sono confermate. Lascio solo un pietoso spiraglio: forse quella del 18 maggio 2010 è stata una serata particolarmente “sfigata”… Forse. Maybe.
                                                     Gianni Leone 2010